Il finito dentro l’infinito: arte e scienza alla ricerca della conoscenza

Intervista all'artista Michelangelo Pistoletto

28 Luglio 2026
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L'universo e l'arte di evolvere: Michelangelo Pistoletto

Per me la scienza è la sorella gemella dell’arte, sono due modi diversi di sviluppare la conoscenza. E per me l’arte è conoscenza, solo che la conoscenza dell’arte si sviluppa attraverso l’immaginazione, la scienza invece evolve attraverso il contatto diretto con la fisicità.

“Per me la scienza è la sorella gemella dell’arte, sono due modi diversi di sviluppare la conoscenza”. È così che Michelangelo Pistoletto, pittore e scultore, tra i più grandi artisti italiani del nostro tempo e candidato al Premio Nobel per la Pace 2026, interpreta il rapporto tra arte e scienza. Un connubio che, come rifletteva Primo Levi nella raccolta L’altrui mestiere, invece di essere costruttivo viene spesso interpretato in modo divisivo, generando “un crepaccio che mi è sempre sembrato assurdo […] quasi che lo scienziato e il letterato appartenessero a due sottospecie umane diverse, reciprocamente alloglotte, destinati ad ignorarsi e non interfeconde. Questa è una schisi innaturale, non necessaria, nociva”. Scienziati e artisti condividono infatti la curiosità per il mondo, la Natura, la realtà e, sebbene in modi diversi, cercano di dare un senso a ciò che ci circonda. Ed è così che questa ricerca diventa il fulcro dell’opera di Michelangelo Pistoletto, che abbiamo intervistato in occasione dell’edizione 2026 del Festival delle Scienze di Roma, durante il quale è stato protagonista di un dialogo tra scienza e arte con Guido Tonelli, fisico dell’INFN e professore all’Università di Pisa che al CERN ha contribuito alla scoperta del bosone di Higgs.

Maestro, spesso ha portato la scienza all’interno delle sue opere. Cosa è per lei la scienza?

“Per me la scienza è la sorella gemella dell’arte, sono due modi diversi di sviluppare la conoscenza. E per me l’arte è conoscenza, solo che la conoscenza dell’arte si sviluppa attraverso l’immaginazione, la scienza invece [evolve n.d.r.] attraverso il contatto diretto con la fisicità. C’è quindi un rapporto tra il fisico e l’immaginario. Ecco, io ho avuto come prima esperienza [artistica n.d.r.] quella di cercare me stesso attraverso l’autoritratto che porta con sé tutta la storia dell’arte, cioè l’uomo che vuole conoscersi. Non è soltanto ritrarre qualcosa che si vede, ma cercare di vedere ciò che è in qualche maniera intangibile. Perché io non so che esisto, non mi conosco visivamente se non attraverso lo specchio. Il sapere solo toccarmi fisicamente, invece, mi impedirebbe [di avere, n.d.r.] questa conoscenza. Quindi per me la scienza è toccare e lo specchio è l’arte”.

A proposito di specchi, nei suoi Quadri specchianti lo spettatore diventa parte dell’opera e ogni passante la trasforma, facendo sì che questa non sia mai identica a sé stessa. Tutto ciò richiama il concetto fisico dell’indeterminazione. Ha mai pensato ai suoi specchi come a una finestra sul comportamento imprevedibile della Natura?

“Aprendo la porta del quadro specchiante, ho visto comparire su questa superficie l’universo, l’esistente, senza limite. [L’unico, n.d.r.] limite è quello dell’affaccio: io mi affaccio sull’illimitato. E questo illimitato mi porta a scoprire man mano come questo fenomeno di fondo porta il presente, porta le immagini, porta il tempo, porta lo spazio davanti a me. Tutto questo, io lo posso in qualche maniera definire, illustrare, comunicare. Naturalmente la prima cosa che vedo è che in questo mio autoritratto non sono più solo, ma che tutte le persone del mondo ne fanno già parte. Quindi l’uomo pensante, l’essere umano, è la dinamica del riflesso e del pensiero”.

Ha fatto riferimento al “tempo”. Nell’opera L’Etrusco del 1976, una statua di un uomo del passato si trova davanti a uno specchio e incontra il proprio riflesso, quindi il passato e il presente nello stesso istante. È un’immagine che fa pensare alla fisica del tempo. Ad oggi, i fisici si interrogano ancora su cosa sia davvero il tempo, Einstein ci ha insegnato che non scorre sempre allo stesso modo, e che passato e futuro dipendono da dove ci si trova nell’universo. Cosa pensa che l’arte ci insegni sulla natura del tempo?

“Nel quadro specchiante il tempo è protagonista. Naturalmente il tempo non esisterebbe se non fosse dentro lo spazio che io vedo, e quindi la fenomenologia dello spaziotempo è la protagonista del quadro specchiante. Non c’è qualcosa che io dico del tempo, è il tempo che si manifesta e si rappresenta come autoritratto di sé stesso e mi dice “io sono qui”.

Quindi la scienza è quasi un filo rosso che connette tutte le sue opere. Più di recente poi ha riconfigurato il simbolo matematico dell’infinito: tre cerchi consecutivi invece di due, nell’opera Il Terzo Paradiso, ideata nel 2003. Come è arrivato a questo simbolo matematico?

“Il quadro specchiante mi mette davanti alla fenomenologia dell’infinito, perché tutto ciò che esiste è infinito e ogni istante è infinito. Io ho quindi posto il mio sguardo su questo concetto di infinito e su qualcosa che già esiste, cioè il simbolo dell’infinito matematico che è una linea che incrocia sé stessa. Quel punto di incrocio è l’infinito, è l’attimo che esiste solo nel momento in cui due linee incrociano, ma le linee continuano a incrociarsi sempre e quindi il simbolo matematico di infinito rappresenta il mio quadro specchiante. Ma nel mio quadro specchiante oltre a esserci l’infinito c’è il finito: l’esistente fisico che sta davanti al quadro specchiante, la materia, l’energia. Questo finito dovevo farlo sortire dal simbolo dell’infinito, quindi ho incrociato due volte la stessa linea ed è nato un cerchio centrale tra i due: il finito dentro all’infinito. Questo cerchio si allarga man mano che l’universo cresce e tutti gli elementi si combinano e continuano a combinarsi nella costante dinamica dell’esistente”.

Dialogo Pistoletto e Tonelli, moderato da Sara Zambotti

Collegandoci proprio al concetto della “dinamica dell’esistenza”, l’universo e la vita sono il frutto di trasformazioni continue. Con la sua arte ha attraversato uno dei secoli più ricchi di cambiamenti e innovazioni. Cosa significa evolvere quando tutto sembra cambiare così velocemente?

“Noi chiamiamo evoluzione, il cambiamento. Ma la Natura stessa si trasforma, cambia, non evolve. Non c’è un concetto di evoluzione nella Natura, c’è un concetto di evoluzione nel sistema artificiale degli esseri umani, perché noi portiamo avanti delle conoscenze che non avevamo, portiamo a realizzazione progetti che sono voluti da noi, secondo una capacità pratica di far funzionare tecnicamente un cambiamento. Questo non esiste nella Natura, è artificiale”.

Facendo un passo indietro, come la scienza anche l’arte è in continuo divenire, subisce correzioni e cambi di rotta. Cosa l’ha spinta a diventare un artista e cosa la muove ancora oggi?

“Mi ha mosso verso l’arte il fatto di essere nato figlio di un pittore. Sono nato dentro alla fenomenologia dell’arte. Sono stato educato alla pittura, al conoscere il chiaro scuro, la prospettiva, tutti gli elementi dell’arte – fino a quando, però, non era più soltanto il passato a dovermi portare verso una scoperta di me stesso, ma era un’invenzione. Quindi nella ricerca di me stesso, attraverso un concetto di modernità in cui ero totalmente libero di fare qualsiasi esperimento, sono arrivato al quadro specchiante, trasformando la tela con il pennello: la pittura scura e la vernice cristallizzata sul nero hanno portato le immagini dentro al quadro e ho visto la tela diventare lei stessa l’artista che mi proponeva l’universo”.

“Incontri” è l’appuntamento editoriale di Collisioni.infn, dedicato al dialogo con i testimoni dello scambio interculturale tra la comunità scientifica, in particolare l’INFN, e il mondo culturale nel suo insieme.