Cacciatori di fantasmi

Breve storia dei rivelatori di neutrini

17 Aprile 2026
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Neutrini: tracce di particelle

Invisibili e silenziosi, i neutrini attraversano ogni cosa senza fermarsi, come ombre leggere dell’universo. Nati per dare ordine a un enigma, hanno a lungo sfidato chi cercava di catturarli. Quando finalmente si sono lasciati intravedere, hanno rivelato una natura mutevole e sorprendente. E ancora oggi, scorrono ovunque, portando con sé domande che la scienza continua a inseguire.

,Silenziosamente, invisibilmente, scendono dallo spazio, attraversando il nostro corpo a trilioni ogni secondo, passando attraverso le pareti che ci circondano, attraverso il substrato roccioso dei continenti, attraverso il nucleo della Terra, e fuori dall’altra parte, come se nulla fosse. Arrivano da tutte le direzioni: anche a mezzanotte, un fantasmagorico “bagliore di neutrini
The

Village Crier Vol. 9 No. 3, 20 gennaio, 1977

 

Come si cerca qualcosa che non può essere rivelato? È la domanda che nel 1930 scosse il fisico teorico Wolfgang Pauli che affermò: “Ho fatto una cosa terribile. Ho ipotizzato l’esistenza di una particella che non può essere rivelata”.

Il 4 dicembre 1930, in una lettera rivolta ai colleghi riuniti a un congresso a Tubinga, Pauli aveva suggerito l’esistenza di una nuova particella. Era il tentativo di risolvere uno dei primi problemi in cui la fisica si imbatté dopo la scoperta della radioattività. Il decadimento beta, in particolare, in cui un nucleo atomico instabile decade con l’emissione di un elettrone, era stato classificato da Rutherford 30 anni prima ma restava un fenomeno incomprensibile.

Gli esperimenti mostravano che l’elettrone emesso, invece di avere un’energia specifica, presentava una distribuzione continua. Questo portava alcuni fisici ad accettare l’idea che la conservazione dell’energia potesse essere violata. Per salvare questa legge fondamentale della fisica, Pauli decise quindi di pensare a “un possibile disperato rimedio”: ipotizzare una nuova particella, leggera, neutra, debolmente interagente che potesse sottrarre parte dell’energia. Ma era egli stesso scettico al punto di confessare che “tale rimedio” poteva “sembrare incredibile poiché avremmo già dovuto osservare tali [neutrini]”.

È così che emerse per la prima volta la “particella fantasma”,  che per oltre 20 anni avrebbe eluso qualsiasi tipo di rivelazione. Poco dopo l’ipotesi si Pauli, fu Enrico Fermi a soprannominare la misteriosa particelle neutrino.

 

Lettera scritta da Pauli
Lettera che Pauli inviò il 4 dicembre 1930 ai partecipanti del congresso di fisica a Tubinga. Credit: CERN

 

Una particella impossibile da vedere

Nel 1934, Hans Bethe e Rudolf Peierls cercarono dunque di calcolare la probabilità che un neutrino interagisse con la materia. Usarono la nuova teoria sull’interazione debole che Fermi aveva elaborato, ma giunsero un risultato scoraggiante (con probabilità inferiore a 10−44 cm2). Loro stessi commentarono con queste parole il risultato nell’articolo su Nature: “non esiste praticamente alcun modo per osservare il neutrino”, lasciando intuire che questa dovesse rimanere per sempre una particella fantasma. La loro conclusione lasciava presagire una sconfitta della scienza moderna, basata sul principio di falsificabilità e osservazione.

Dettaglio di “The Neutrino”
Dettaglio di “The Neutrino”, l’articolo di Hans Bethe e Rudolf Peierls pubblicato nel 1934 su Nature, vol. 133,. Nell’articolo  si sottolinea l’impossibilità di rivelare la particella. Credit: Linda Hall Library

La scienza non si arrende

Nel 1951 il fisico Frederick Reines, decise però che non si sarebbe lasciato fermare da questa conclusione e, spinto dalla sfida di trovare l’introvabile, si imbarcò nella ricerca della particella. Impegnato nel Progetto Manhattan, era consapevole dell’incredibile flusso di antineutrini generato dalla fissione nucleare. Con il supporto di vari fisici, tra cui Clyde Cowan, intuì che per compiere un’impresa incredibile come cercare un fantasma fosse necessario un esperimento altrettanto strabiliante.

Nacque così il Progetto Poltergeist, che avrebbe misurato il flusso di neutrini generato dall’esplosione di una bomba nucleare da 20 kilotoni, usando un rivelatore soprannominato “El Monstro”. Il nome dell’esperimento non fu casuale: Poltergeist in tedesco significa  “spirito rumoroso”, un’entità invisibile, una presenza dispettosa e difficile da catturare ma che interagisce con il mondo fisico.

Neutrini: prima configurazione sperimentale del Progetto Poltergeist
Schizzo della prima configurazione sperimentale del Progetto Poltergeist per rivelare i neutrini emessi dalla detonazione di una bomba nucleare. El Monstro sarebbe stato fatto cadere all’interno di un pozzo realizzato a 40 metri dal sito dell’esplosione. In questo modo avrebbe potuto catturare il massimo flusso di neutrini senza essere danneggiato dalla bomba. Credit: Nobel Lecture di Frederick Reines dell’8 dicembre 1995

 

Il fantasma viene osservato 

Ma all’ultimo, Reines e Cowan cambiarono idea e optarono per un reattore nucleare, un’altra novità sperimentale introdotta qualche anno prima da Fermi, che aveva supervisionato la costruzione del Chicago Pile-1 nel 1942.

Usando il reattore del Savannah River Site in Carolina del Sud, la prima fonte artificiale di neutrini mai usata, riuscirono finalmente a rivelarli confermando l’esistenza di queste particelle sfuggenti. Per raggiungere questo obiettivo, costruirono un apparato sotterraneo costituito da centinaia di fotomoltiplicatori. Questi rivelatori avrebbero intercettato e amplificato le interazioni prodotte all’interno di due serbatoi d’acqua alternati a tre di scintillatore liquido, sostanza che emette luce quando attraversata da particelle cariche.

Il 14 giugno 1956 il fantasma venne rivelato per la prima volta. Ma come ogni buona storia di spettri insegna, i misteri non sono mai così semplici da risolvere, lasciando ancora aperte molte domande.

Telegramma a Pauli
Telegramma inviato il 14 giugno 1956 da Reines e Cowan a Pauli per annunciare la prima rilevazione dei neutrini. Credit: CERN

Il fantasma non è solitario

Negli anni ‘40, il fisico Bruno Pontecorvo aveva iniziato a sollevare l’ipotesi che i neutrini non fossero un unico tipo di particella, ma che potessero essere almeno due, come sembrava emergere dallo studio del decadimento del muone. E così si dimostrò essere effettivamente.

Nel 1962 arrivò la conferma: Leon Lederman, Melvin Schwartz e Jack Steinberger, dimostrarono che l’ipotesi dell’esistenza di più tipi di neutrini era corretta. Per farlo utilizzarono un fascio di neutrini generato dall’Alternating Gradient Synchrotron del Brookhaven National Laboratory, in una delle prime applicazioni degli acceleratori nella ricerca di queste particelle. L’esistenza di più tipi di neutrini verrà poi  nuovamente confermata con la scoperta nel 2000 del neutrino tau con l’esperimento DONUT del Fermilab.

Schema dell’esperimento di Lederman, Schwartz e Steinberger
Schema dell’esperimento del 1962 di Lederman, Schwartz e Steinberger: un fascio di protoni ad alta energia impatta su un bersaglio di berillio producendo particelle che decadono in muoni e neutrini. Un massiccio assorbitore di acciaio spesso 13,5 m  filtra tutte le particelle, lasciando passare solo i neutrini. Questi sono poi rivelati da una camera a scintille posta a valle, nella quale l’assenza di tracce elettroniche costituisce la prova dell’esistenza del neutrino muonico. Credit: Physical Review Letters, 1962

La ricerca continua

La ricerca su queste particelle è però lontana dall’essersi conclusa. Sono oggi attivi decine di esperimenti in tutto il mondo, basati su strumentazioni che usano gli stessi principi impiegati nelle prime ricerche.

Lo scintillatore liquido abbinato ai fotomoltiplicatori è ancora il cuore di apparati come Borexino, ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS) dell’INFN, dove si sono studiati per decenni i neutrini prodotti dal Sole e dalla Terra. E lo stesso sistema è l’anima di IceCube, in Antartide, che ha generato la prima mappa della Via Lattea ottenuta rivelando la sua emissione di neutrini di alta energia. Ma anche dell’esperimento JUNO, in costruzione in Cina, che punta a determinare la gerarchia delle masse dei tre tipi di neutrini, valutando le particelle prodotte da un reattore nucleare proprio come fecero Reines e Cowan.

Gli acceleratori usati fin dagli anni ’60, sono oggi diventati sempre più potenti come dimostrano gli esperimenti long-baseline, che sparano fasci di neutrini per centinaia di chilometri, come i futuri Hyper-Kamiokande in Giappone e DUNE negli Stati Uniti.

Neutrini: interno di Borexino
Vista dell’interno dell’esperimento Borexino dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’INFN. Credit: INFN-LNGS

Nel tempo, si sono aggiunti esperimenti con nuove tecniche come il telescopio subacqueo KM3NeT nel Mediterraneo, oppure KATRIN, in Germania, un enorme spettrometro per misurare la massa esatta del neutrino elettronico. E ancora, CUORE, CUPID e LEGEND dell’INFN che cercano di indagare la natura stessa della particella.

A settant’anni dalla prima rivelazione, e a quasi cento dalla predizione di Pauli, i neutrini sono dunque ancora ben lontani dall’aver svelato tutti i loro segreti: dal mistero dell’esistenza del neutrino sterile, fino agli studi sull’oscillazione.